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La campana di vetro di Sylvia Plath

Recensione di un romanzo per chi si sente come un cavallo da corsa in un mondo senza ippodromi

La campana di vetro è l’unico romanzo della scrittrice e poetessa statunitense Sylvia Plath, pubblicato per la prima volta sotto pseudonimo, a Londra, nel 1963 e solo nel 1971 negli Stati Uniti, con la firma dell’autrice. Un romanzo lucido, ironico e attuale sulla salute mentale, le aspettative sociali, l’identità e la libertà oltre le costrizioni.

«Feci un profondo respiro e ascoltai il mio cuore ripetere l’antica vanteria.
Io sono, io sono, io sono.
»

Plath muore proprio nel ’63, suicida, una morte che si è fissata nell’immaginario comune e che l’ha consacrata come mito, ponendo fine a una vita piena di talento e di dolore, costellata da abusi e la grande ombra della depressione. È proprio la sua vita, in particolare la sua sofferenza e i tentativi di suicidio da cui prende spunto la vicenda di Esther Greenwood, la protagonista del romanzo, che diviene così un racconto semiautobiografico.

Il periodo di pubblicazione del libro è fondamentale per comprenderne la portata sociale: nel pieno del conformismo americano degli anni ’60, decade caratterizzata dal sistema patriarcale e dalla repressione femminile, La campana di vetro si configura non solo come un romanzo sulla depressione ma come testo scomodo di critica sociale: il disagio femminile viene sbattuto in faccia a chiunque legga, le pressioni sociali esercitate sulle donne, destinate a diventare brave mogli e madri, rinunciare alla carriera o perseguirla disperatamente rinunciando al resto, scegliere un fico dei tanti appesi a quell’albero che paralizza per le troppe scelte che offre.

«Lo vedi che cosa può succedere in America, avrebbero detto. Una ragazza vive per diciannove anni in un paesello sperduto, senza nemmeno i soldi per comprarsi una rivista, poi ottiene una borsa di studio per il college, vince un premio, poi un altro e finisce che ha New York ai suoi piedi, come se fosse la padrona della città. Peccato che io non ero padrona di niente, nemmeno di me stessa. Non facevo che trottare dall’albergo al lavoro ai ricevimenti e dai ricevimenti all’albergo e di nuovo al lavoro come uno stupido filobus. Sì, credo che avrei dovuto trovarla un’esperienza eccitante, come facevano quasi tutte le mie compagne, ma non riuscivo a provare niente. Mi sentivo inerte e vuota come deve sentirsi l’occhio del ciclone: in mezzo al vortice, ma trainata passivamente. »

Il sogno americano come inganno incapace di sopperire al senso di vacuità che attanaglia Esher, Sylvia. L’impossibilità di sopprimere la propria inadeguatezza nei confronti del mondo, anche quando ci restituisce ciò che dovrebbe essere un sogno, l’obiettivo ultimo di cui essere grati. Sentirsi vuoti e in balia di un vento indomabile che ci muove a proprio piacimento, senza scampo né sosta.

La campana di vetro è ancora oggi uno dei libri più riusciti se si parla di rappresentazione della depressione, Esther è una giovane donna alla quale non manca nulla: brillante studentessa al collage, vince una borsa di studio e la possibilità di lavorare in una rivista prestigiosa a New York. Intelligente, ironica, bella, giovane e promettente. Ma Esther vive soffocata dal suo stesso odore, rinchiusa in quella campana di vetro che la segue ovunque, la perseguita. Una coperta pesante che adombra ogni momento, il vuoto dentro di lei che non la può lasciare, ovunque si trovi, qualsiasi cosa faccia. Esther è depressa ma ad alto funzionamento, fino a un certo punto dell’opera, fin quando riesce, poi non riuscirà più e si rintanerà nella sua casa d’infanzia, con la madre, tenterà il suicidio una prima volta, e poi ospedali psichiatrici, elettroshock.

Esther vuole morire ma il corpo la tiene in vita suo malgrado. Ucciderlo è un effetto collaterale del compimento del suo intento reale: mettere fine a qualcosa di più profondo, segreto, irraggiungibile, quel dolore vuoto e sordo che la soffoca sotto una cappa, la campana che le piomba sulla testa e, calandosi, le impone un odore insopportabile, il suo.

«Era come se la cosa che volevo uccidere non fosse in quella pelle e nella sottile vena azzurra che sentivo pulsare forte sotto il mio dito, ma altrove, in un luogo più profondo, più segreto, e molto più difficile da raggiungere. »

Chi sono? Cosa voglio? Cosa dovrei essere o volere? Il vuoto irrompe nell’orizzonte delle possibilità, piegate alle pressioni sociali e un’identità in crisi, che non può definirsi liberamente. Il futuro si sgretola davanti, la potente metafora dell’albero di fico:

«Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come il verde albero di fico del racconto.
Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista, un altro era l’Europa e l’Africa e il Sud America, un altro fico era Constantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, un altro fico era la campionessa olimpionica di vela, e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere.
E vidi me stessa seduta sulla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare
per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché, uno dopo l’altro, si spiaccicarono a terra ai miei piedi.
»

La rappresentazione di una profonda estraneità a sé stessi, la necessità di ricordarsi che si è, che si sta vivendo, malgrado tutto.  Spingersi al largo e cercare di affogare, sentire il cuore battere forte, incessante, deciso: Io sono, io sono, io sono.
Io sono, malgrado la mefitica aria che si respira sotto una campana di vetro che immobilizza, chiude al mondo, perseguita ovunque ci si trovi, in un caffè di Parigi o a Bangkok. Ma Esther non è una donna depressa immobile, la depressione è frutto di un potenziale ribelle e fervente che non può trovare spazio nel mondo in cui si trova. Esther è un cavallo da corsa in un mondo senza ippodromi.

Ed è così, con un’ironia dolorosa, che Plath ci consegna un romanzo potentissimo e attuale sul senso di inadeguatezza, sul male di stare al mondo, sull’immobilismo di cui un’anima ribelle diviene preda, in un mondo ostile a una donna complessa, pieno di fichi invitanti che non si riesce a mangiare, finendo per morire di fame.

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