Recensione
Distopia, contemporaneo, psicologico

Klara e il sole di Kazuo Ishiguro

Recensione di una distopia che riflette su cosa significhi essere umani

8 min di lettura

Agosto 30, 2026

Kazuo Ishiguro

Klara e il sole

Kazuo Ishiguro

Einaudi 2021
268 pagine

Attraverso lo sguardo candido di Klara e la scrittura misurata di Ishiguro, Klara e il sole si rivela un distopico intimo, vicino al romanzo di formazione. Un’opera pacata ma dal finale straordinario, che invita a una riflessione profonda sui confini dell’empatia e su cosa significhi davvero essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale.

Pubblicato nel 2021, Klara e il sole di Kazuo Ishiguro è un romanzo che si inserisce nel solco della narrativa distopica, ma con una grazia e una misura del tutto singolari; ed è stata la lettura per il mese di agosto ’26 del book club Parlarne tra amiche.

Chi si avvicina a quest’opera aspettandosi scenari fantascientifici cupi o serrati rimarrà spiazzato: Ishiguro sceglie infatti la via della sottrazione, consegnandoci una storia sottilmente disturbante, che non si costruisce sull’azione ma sull’osservazione, sui non detti e sulla scoperta lenta di un mondo non lontano dal nostro. Fin dalle prime pagine si ha la sensazione di attraversare un racconto che ha la delicatezza di una fiaba moderna e, al contempo, il peso etico di un’indagine sulla direzione che sta prendendo l’umanità.

La voce narrante è quella di Klara, un’Amica Artificiale (AA) dotata di una straordinaria capacità di osservazione e di un’empatia fuori dal comune. Dalla vetrina del negozio in cui attende di essere acquistata, Klara osserva il mondo esterno, le dinamiche umane e la luce del Sole, da cui trae energia e a cui attribuisce una sorta di benevolo potere curativo, quasi divino. Klara trascorre tutto il tempo in compagnia degli altri AA, in particolare di Rosa, la sua compagna più vicina, e Direttrice, la donna che gestisce il negozio. Quando viene scelta da Josie, una ragazzina affetta da una misteriosa e grave malattia, con la quale sin dal primo sguardo stabilisce una sorta di intesa, un legame, Klara entra nelle dinamiche di una famiglia e di una società segnate da scelte etiche estreme. Non è chiaro fin da subito cosa affligga Josie, come non è chiaro come funzioni quel mondo, nel quale Klara si trova, solo poco a poco Ishiguro svela le dinamiche di contesto, e ci porta a scoprire che nel mondo narrato alcune famiglie ricorrono a mezzi discutibili pur di raggiungere una sorta di perfezione. Ne è un esempio proprio la pratica del “potenziamento” accademico dei figli, un percorso che punta alla perfezione a costo di mettere a rischio la vita stessa, come è accaduto a Josie, e prima ancora alla sorella.

La grande intuizione di Ishiguro, nonché la scelta che mi ha fatto apprezzare l’opera anche nei suoi passaggi più lenti, consiste nell’affidare l’intera narrazione allo sguardo di Klara. La sua è una voce meravigliosa: tenera, dolce, quasi sussurrata, animata da un’ingenuità pura che rende ancora più nitide e dolorose le contraddizioni degli esseri umani che la circondano. Leggere la storia dal suo punto di vista significa immedesimarsi in un’entità che si interroga continuamente sui confini dell’empatia, sull’importanza dei rapporti umani, sul senso della solitudine e sulla devozione verso l’altro. Gli interrogativi che si pone Klara sono istintivi e ingenui, sincere fin quasi a sembrare dolorose. La sua prospettiva porta il lettore a porsi la domanda centrale che attraversa tutto il libro: cosa rende davvero umano un essere umano?

Dal punto di vista della struttura narrativa e dello stile, il romanzo presenta delle peculiarità che meritano un’analisi attenta: Ishiguro adotta una scrittura onirica e fiabesca, procedendo per accumulo di dettagli emotivi più che per costruzione di eventi o descrizioni complete. Questo approccio porta con sé un limite: la narrazione appare a tratti priva di riferimenti di contesto che avrei personalmente apprezzato, lasciando uno sfondo volutamente sfocato per quanto riguarda la descrizione degli ambienti o le coordinate temporali del racconto. Inoltre, nella sezione centrale dell’opera, il ritmo subisce un rallentamento evidente, diventando a tratti divagante e rigido. Come lettrice e editor, avrei preferito una conduzione stilistica più dinamica e tridimensionale, capace di sorreggere con maggiore incisività lo sviluppo centrale della trama. Detto ciò, comprendo benissimo sia da attribuire allo stile dell’autore, e che sia anche un elemento che lo contraddistingue, rendendolo riconoscibile. In effetti, Klara e il sole è stato il primo libro di Ishiguro che ho letto.

Queste asperità ritmiche vengono ampiamente riscattate dalla potenza del finale: Ishiguro costruisce una chiusura di straordinaria intensità emotiva, che lascia aperti interrogativi etici profondi ed echi che continuano a risuonare ben oltre l’ultima pagina. La parabola di Klara diventa così la parabola della nostra contemporaneità: una distopia fin troppo vicina a noi, che parla di sacrificio, del limite delle ambizioni umane e della disperata ricerca di connessione in un mondo sempre più frammentato e paradossalmente disconnesso.

Klara e il sole resta un’opera toccante e profondamente speculativa, capace di posarsi con grazia sul cuore del lettore e di ricordarci quanto sia preziosa e al tempo stesso fragile  la capacità di amare e comprendere l’altro.

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