Recensione
Giallo

Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie

es. 8 min di lettura

Giugno 29, 2026

Agatha Christie

Assassinio sull'Orient Express

Agatha Christie

Oscar Mondadori
Es 240 pagine

Ci sono romanzi che sopravvivono al tempo perché raccontano una buona storia. Altri, molto più rari, continuano a essere letti perché riescono a mettere in crisi le certezze del lettore. Assassinio sull’Orient Express, pubblicato nel 1934, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.

Considerato uno dei capolavori di Agatha Christie, il romanzo è entrato nell’immaginario collettivo per il suo celebre colpo di scena finale. Ridurlo, però, a un semplice esercizio di abilità narrativa sarebbe un errore: dietro l’ingranaggio perfetto dell’indagine si nasconde una riflessione sorprendentemente moderna sulla giustizia, sulla colpa e sul fragile confine che separa la legge dalla morale.

Leggendo il romanzo ho avuto la sensazione che Christie non volesse soltanto costruire un enigma impeccabile. Piuttosto, sembra utilizzare il genere poliziesco come uno strumento per porre una domanda scomoda: che cosa accade quando la giustizia istituzionale fallisce? E soprattutto, fino a che punto è lecito sostituirsi a essa?

L’omicidio avviene a bordo dell’Orient Express, il celebre treno che attraversa l’Europa, improvvisamente bloccato da una tormenta di neve nei Balcani. La vittima è il signor Ratchett, un uomo che fin dalle prime pagine appare ambiguo e inquietante. Quando il suo corpo viene ritrovato nella cabina, trafitto da dodici coltellate, ogni passeggero diventa inevitabilmente un sospettato.

È in questo scenario quasi teatrale che entra in scena Hercule Poirot. L’investigatore belga conduce l’indagine secondo il metodo che lo ha reso celebre: non cerca inseguimenti né prove spettacolari, ma osserva i dettagli, ascolta le contraddizioni e soprattutto studia la psicologia delle persone. Ogni interrogatorio aggiunge un frammento, ma invece di chiarire il mistero lo rende sempre più complesso.

L’Orient Express diventa così qualcosa di più di una semplice ambientazione: un microcosmo isolato dal resto del mondo, uno spazio chiuso in cui il tempo sembra sospendersi e nel quale la verità non può arrivare dall’esterno, deve emergere esclusivamente dalle coscienze di chi viaggia su quel treno.

Ciò che colpisce maggiormente è la precisione quasi matematica con cui Christie costruisce la narrazione. Ogni dettaglio, infatti, possiede una funzione precisa, un fazzoletto dimenticato, un bottone, un accento straniero, un orario apparentemente irrilevante: nulla viene inserito per caso. La scrittura è essenziale ma proprio questa apparente semplicità nasconde una straordinaria complessità architettonica.

Il lettore viene continuamente spinto a formulare ipotesi che vengono puntualmente smentite poche pagine dopo. Christie non manipola chi legge attraverso artifici poco onesti; al contrario, dissemina gli indizi fin dall’inizio. È il nostro sguardo a non riuscire a coglierli nella loro interezza.

Per questo motivo Assassinio sull’Orient Express continua ancora oggi a rappresentare uno degli esempi più riusciti di “fair play mystery”: il mistero è risolvibile, ma solo se si è capaci di osservare con la stessa lucidità di Poirot.

La vera forza del romanzo, tuttavia, emerge quando l’indagine smette di essere soltanto un’indagine. Ben presto scopriamo che Ratchett è in realtà Cassetti, il responsabile del rapimento e dell’uccisione della piccola Daisy Armstrong, un crimine ispirato a un fatto realmente accaduto: il sequestro del figlio di Charles Lindbergh. La tragedia aveva distrutto un’intera famiglia e provocato una lunga serie di morti indirette, mentre il colpevole era riuscito a sfuggire alla giustizia grazie al denaro e ai suoi contatti.

È qui che Christie introduce il vero cuore filosofico del romanzo. La domanda non è più “chi ha ucciso?”, ma “chi aveva il diritto di farlo?”. L’intero impianto narrativo si sposta progressivamente dal piano investigativo a quello morale, costringendo il lettore ad abbandonare la rassicurante distinzione tra innocenti e colpevoli.

Il finale di Assassinio sull’Orient Express (SPOILER)

Il colpo di scena finale è diventato uno dei più celebri della storia della letteratura: Poirot comprende che non esiste un unico assassino. Tutti i dodici passeggeri coinvolti nell’indagine hanno, infatti, partecipato all’omicidio di Cassetti, infliggendogli, uno dopo l’altro, una coltellata. Ognuno di loro era legato, direttamente o indirettamente, alla famiglia Armstrong e aveva visto la propria vita distrutta da quella tragedia. Le dodici coltellate assumono così un valore profondamente simbolico. Non rappresentano soltanto l’esecuzione di un uomo, ma una sorta di giuria popolare che decide di colmare il vuoto lasciato da una giustizia incapace di punire il colpevole.

Ed è proprio la scelta finale di Poirot a rendere il romanzo straordinario; l’investigatore presenta due possibili ricostruzioni dei fatti: quella vera e una seconda versione, completamente inventata, secondo la quale l’assassino sarebbe un misterioso individuo fuggito dal treno.

Le autorità scelgono quest’ultima. Anche Poirot, il personaggio che ha sempre fatto della ricerca della verità il proprio principio assoluto, accetta che la legge non coincida necessariamente con la giustizia.

È una conclusione sorprendente, soprattutto se si considera il periodo in cui il romanzo è stato scritto. Christie non assolve completamente i protagonisti, ma nemmeno li condanna. Lascia che sia il lettore a decidere se quell’omicidio rappresenti un crimine o un atto di giustizia.

A quasi un secolo dalla sua pubblicazione, Assassinio sull’Orient Express continua a essere uno dei romanzi gialli più influenti mai scritti. Non soltanto per la perfezione del suo intreccio o per il celebre finale, ma perché riesce a trasformare un’indagine poliziesca in una riflessione universale sulla responsabilità individuale, sulla vendetta e sul bisogno umano di trovare un equilibrio quando le istituzioni falliscono. È un romanzo che dimostra come il genere giallo possa essere molto più di un semplice gioco logico, arrivando a diventare uno spazio in cui interrogare la coscienza del lettore. Ed è forse proprio questa la vera eredità di Agatha Christie: aver costruito un enigma la cui soluzione non coincide con la fine delle domande, ma con il loro inizio.

 

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