Pubblicato nel 1993, Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides si è imposto nel tempo come uno di quei romanzi destinati a sedimentarsi nell’immaginario collettivo più per atmosfera che per trama, più per suggestione che per spiegazione. Inserito ormai a pieno titolo tra i cult della narrativa contemporanea americana, il libro affronta temi come l’adolescenza, l’alienazione e l’ossessione dello sguardo attraverso una scrittura che ha qualcosa di rarefatto, quasi narcotico.
Fin dalle prime pagine ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un romanzo profondamente ambiguo, capace di trasformare la quotidianità suburbana americana in uno spazio sospeso, immobile, attraversato da una malinconia costante. Eugenides costruisce una narrazione che sembra procedere per frammenti, ricordi e immagini residue, lasciando che il vuoto e ciò che non viene detto acquistino più peso degli eventi stessi. Ed è probabilmente proprio questa la forza del libro: la capacità di evocare continuamente qualcosa che sfugge.
La storia ruota attorno alle cinque sorelle Lisbon, adolescenti cresciute in una famiglia cattolica rigidissima nella periferia americana degli anni Settanta. A raccontarle, tuttavia, non sono loro stesse, ma un gruppo di uomini ormai adulti che continua a ricostruirne ossessivamente il ricordo, nel tentativo quasi disperato di attribuire un senso a ciò che è accaduto. Il romanzo, però, non segue mai davvero la struttura del mistero da risolvere; non è interessato alla verità quanto alla tensione del cercarla. Ciò che conta non è tanto il fatto in sé, ma il modo in cui viene osservato, reinterpretato, idealizzato.
Ed è qui che Le vergini suicide diventa, almeno per me, particolarmente interessante. Le sorelle Lisbon finiscono infatti per apparire meno come persone reali e più come proiezioni collettive, superfici sulle quali gli altri personaggi e, probabilmente, anche il lettore, riversano desideri, fantasie e ossessioni. In superficie potrebbero sembrare figure eteree, enigmatiche, quasi mitologiche, ma ho avuto spesso l’impressione che Eugenides stesse raccontando soprattutto l’impossibilità di conoscere davvero qualcuno quando lo si trasforma in simbolo.
C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui le ragazze vengono osservate. I narratori le contemplano come reliquie, tentano di interpretarne ogni gesto con una serietà quasi patologica, ma finiscono inevitabilmente per costruire una versione idealizzata della loro esistenza. E il romanzo sembra perfettamente consapevole di questo meccanismo. Più si procede nella lettura, più emerge la sensazione che le Lisbon siano state private della possibilità di raccontarsi autonomamente, schiacciate da uno sguardo esterno che le rende oggetti di fascinazione più che individui concreti.
È una dinamica che rende il libro estremamente affascinante ma anche, a tratti, volutamente frustrante. Perché Eugenides non concede mai una vera rivelazione emotiva. Rimane sempre una distanza, una zona opaca che il romanzo protegge ostinatamente. E se da un lato questa scelta contribuisce al fascino quasi ipnotico della narrazione, dall’altro lascia anche una sensazione persistente di incompiutezza.
I temi che attraversano il romanzo, a repressione, il desiderio, la morte, l’incomunicabilità, il conformismo della provincia americana, vengono trattati con una delicatezza quasi crudele. Eugenides evita qualsiasi forma di esplicitazione didascalica e preferisce affidarsi all’atmosfera, alle immagini, ai dettagli apparentemente insignificanti. La decadenza progressiva della casa dei Lisbon, l’aria immobile del quartiere, il senso di isolamento che avvolge le ragazze: tutto contribuisce a creare una tensione sotterranea che non esplode mai completamente ma continua a espandersi pagina dopo pagina.
La scrittura è probabilmente l’aspetto che ho apprezzato di più. Eugenides possiede uno stile elegantissimo, controllato, estremamente evocativo, capace di trasformare anche le scene più ordinarie in qualcosa di spettrale e malinconico. C’è una qualità quasi cinematografica nelle sue descrizioni, ma senza mai perdere precisione letteraria. Alcuni passaggi sembrano costruiti più per suggestione sensoriale che per narrazione vera e propria, e questo contribuisce a rendere il romanzo così memorabile.
Eppure, nonostante abbia trovato la prosa straordinariamente bella, ho chiuso il libro con una sensazione piuttosto ambivalente. Comprendo perfettamente perché Le vergini suicide sia diventato un romanzo di culto: l’atmosfera è magnetica, la scrittura raffinatissima e certe immagini rimangono impresse con una forza rara. Allo stesso tempo, però, mi è rimasta addosso la percezione di un’opera che talvolta sembra innamorarsi eccessivamente del proprio mistero.
Ho avuto l’impressione che Eugenides fosse più interessato a preservare il fascino dell’inspiegabile che ad approfondire davvero la materia emotiva dei suoi personaggi. Ed è una scelta che, pur coerente con il tono del romanzo, mi ha lasciata leggermente distante. Come se il libro preferisse contemplare il dolore piuttosto che attraversarlo fino in fondo.
Resta comunque un romanzo estremamente potente, capace di raccontare l’adolescenza e il desiderio di comprendere l’altro in modo originale, inquietante e stilisticamente impeccabile. Non offre consolazioni né risposte definitive, ma forse è proprio questa irresolutezza a renderlo così persistente nella memoria. Le vergini suicide non si limita a essere letto: continua a riecheggiare anche dopo l’ultima pagina, come qualcosa che non si è mai riusciti davvero ad afferrare.

